3 ottobre 1955

Comincia da lì, da una vita che non ricordo, la mia storia, da un giorno di ottobre di molti anni fa, Bilancia con ascendente sconosciuto.

Riguardo il vecchio album di fotografie, sbiadite e ingiallite, dei miei genitori: nella prima pagina ci sono io a 11 mesi, appoggiato ad uno sgabello con sopra un pupazzo di peluche mentre guardo sorridente il fotografo, (la stessa età di Elisa nella fotografia che porto sempre con me nel mio portafoglio assieme a quella di Alessandro che lì aveva invece 8 anni e mezzo).

A lato due bellissimi genitori che se ne sono andati troppo presto tra mille sofferenze, due giovani sposi che uscivano a pezzi, come tanti altri, da una guerra atroce, che lascia ancora la morte del cuore, per tutte le persone amate che più non sono con noi a gioire, noi che abbiamo solo voglia di rinascere.

I miei occhi lacrimano pensando al dolore passato, quello degli altri intendo, e mentre scrivo queste parole sono solo in casa triste e ammalato (il mio solito orecchio destro che ronza più del solito e che stavolta mi provoca vertigini e vomito).

La mia famiglia ormai si è abituata al fatto di vedermi ogni tanto ammalato e taciturno che non si preoccupa nemmeno di chiedermi come sto. I miei figli sono troppo impegnati a crescere per rendersi conto dei problemi degli altri e mia moglie ha una vita sua sempre dedicata agli altri, l’associazione di volontariato di cui è presidente, per fortuna sua, l’assorbe tantissimo.

Io, invece, sono qui a sfogliare la mia vita, ora nudo e sorridente sopra un cuscino di raso, ora serio e malinconico tra le braccia dei nonni. Peccato non avere coscienza degli anni più belli della tua vita, quando l’impegno più grande era correre a perdifiato verso un orizzonte di campi che non finiva mai.

Comincia lì la mia vita, da un sobborgo di periferia, immerso nella nebbia, case vecchie di cent’anni, poche stanze ma tanta serenità in un piccolo mondo tutto tuo. Ora quel mondo non c’è più, sessant’anni ad un ritmo folle l’hanno devastato, i cortili della mia infanzia in cui mi perdevo a nascondermi tra case e bassi servizi, tra orti e lavanderie, enormi cortili in ghiaia tra uomini e animali, in cui la vita era scandita dal sole e non dagli orari della televisione.

Quelle case sono state abbattute per far posto ad un mondo nuovo, ma nuovo è sempre meglio?

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