Il venditore di sogni

Pubblico qui il racconto di cui ieri ho aggiunto solo il link: è pubblicato su Writers insieme ai racconti di altri autori, ognuno ha declinato a modo suo il mondo delle favole, tema di questo numero della rivista. Se vi interessa collaborare con Writers nelle prime pagine della rivista trovate gli indirizzi utili.

Questo l’indirizzo del sito da cui potete scaricare la rivista:

https://writersezine.wordpress.com/

Questa la bella copertina di Anna Bellucci:

WRITERS 15 - copertina

Nel centro di Napoli, nella parte più vecchia della città, c’è un negozio che apre tutte le notti a mezzanotte. Lo apre un vecchio signore con una lunga barba grigia e un cappello di feltro nero sulla testa. Lui regala sogni a chi non riesce a dormire, ti fa accomodare su vecchi divani consumati dal tempo e non fai in tempo a sdraiarti che i tuoi occhi si chiudono e la mente comincia a sognare.

Anch’io ci sono stato una volta ed è stata un’esperienza davvero emozionante. Napoli è la città adatta per sognare, per qualsiasi tipo di sogno.

Se devo essere sincero il sogno che mi ha regalato quel vecchio signore era una cosa che da sempre era nei miei pensieri.

Sono in casa da solo immerso nei miei pensieri con una penna in mano e un foglio bianco davanti a me. Cerco di tradurre i pensieri in parole, ma non riesco a concentrarmi. Il venditore di sogni mi appare all’improvviso, venendomi incontro.

<Ciao – gli dico, salutandolo con la mano – io mi chiamo Filippo.>

<Ciao – mi risponde lui con un gran sorriso – io sono Adolfo.>

<Che bel nome Adolfo, sei qui per aiutarmi?>

<Sì, se occorre.>

e mi aiuta a dare forma alla mia voglia di scrivere.

Io lo guardo e ancora non ho capito che mi sono addormentato e sto sognando. Ma non riesco a delineare bene i contorni del mio sogno.

Penso che ci deve essere un errore, io non sono uno scrittore, anche se lo desidero da anni.

Adolfo nel frattempo si allontana, perché hanno suonato il campanello del negozio. Ma ho l’impressione di non essere solo in casa, mi giro e c’è il sorriso stupendo di Anna, la mia figlia più piccola.

<Ciao, Annuccia – è così che la chiamo affettuosamente – cosa fai nel mio sogno?>

<Papi, ma non siamo in un sogno, non riconosci più la nostra casa?>

<Ma siamo soli, dove sono mamma e Michele?>

<Non so risponderti papà.>

<Mi nascondi qualcosa?>

<No, vedrai che arriveranno presto.>

Il sogno comincia a prendere forma. Mia figlia mi incoraggia a pensare: la casa in cui ho passato tanti bei momenti in famiglia, la mia voglia di scrivere per me e per gli altri. E finalmente il foglio comincia a riempirsi e le parole sgorgano senza soluzione di continuità in modo naturale come se fosse la cosa più facile del mondo. Affiorano i ricordi più profondi, più antichi, che per anni erano stati seppelliti nel profondo del mio cuore.

Adolfo mi riappare un attimo.

<Filippo – mi chiede Adolfo – hai ancora bisogno di me?>

<No, quello che ho mi basta e avanza. Grazie.>

<Allora vado, ci sono altre persone che mi aspettano. Ma se hai bisogno non devi far altro che pensarmi. Arrivederci.>

<Arrivederci Adolfo.>

È un sogno un po’ confuso. Le cose arrivano poco alla volta, sono immagini delle persone che mi sono state care e che non appartengono più a questa vita ma che l’hanno segnata in modo indelebile.

Saluto Anna, la lascio ai giochi della sua età e me ne vado. Ma dove vado?

I miei occhi adesso sono profondamente chiusi ma intorno a me c’è tanta luce, ci sono colori, suoni, musica e canti e il vociare allegro di tante persone.

Mi incammino lentamente seguendo la melodia che arriva dolcemente alle mie orecchie.

Sembra una musica d’altri tempi, una di quelle sagre di paese che in passato raccoglievano le persone per festeggiare la domenica come unica giornata dedicata al divertimento.

Entro nella festa con curiosità, quella curiosità che ho perduto negli ultimi anni della mia vita, e per primi vedo i miei genitori, ancora giovani e non sposati, che stanno ballando assieme a tanti coetanei.

Stanno festeggiando la fine della guerra, hanno poco più di vent’anni ma hanno già sofferto tantissimo. La guerra si è portata via alcuni compagni di giochi, assieme alla loro adolescenza, ma giustamente loro hanno scelto di festeggiare la vita.

Mi fermo a parlare con loro.

<Ciao. Mi chiamo Filippo, posso chiedervi che musica è questa?>

<Ciao. Io sono Ines e questo è Dario, un mio amico.>

Loro non sanno spiegarmi che musica è, ma una signora, Filomena, mi spiega che è una polca.

Lei è una ballerina provetta, e ha un sacco di dischi che suona su un vecchio giradischi. Polca, valzer, mazurca sono i suoi balli preferiti.

È leggiadra quando danza, alta e magra, basta una brezza leggera per farla muovere.

Proseguo verso la festa, non ci sono solo ballerini, altre persone sono riunite a tavola a pranzare o sorseggiare un buon vino, altre stanno organizzando giochi per grandi e piccini, altri ancora stanno giocando a carte e fanno un gran chiasso.

Mi fermo a discorrere del più e del meno con varie persone, uomini, donne e bambini di ogni età e razza. Sembra una bellissima festa multirazziale in cui si incontrano varie culture, ognuna rispettosa dell’altra.

È un bellissimo sogno, persone che parlano lingue diverse ma che si capiscono benissimo al contrario di quello che succede oggigiorno, persone che parlano la stessa lingua ma non si capiscono per niente.

In questo momento sono fuori del sogno, sicuramente. Questo è un discorso troppo serio.

Ho bisogno di Adolfo, e lui mi appare in un attimo.

<Cosa succede Filippo?>

<Sto pensando che questo sogno è troppo serio.>

<Sei tu che lo sei, il sogno era giusto per te.>

<Mi sembri troppo sicuro di te.>

<Filippo, rilassati, fai viaggiare la mente e ritroverai te stesso.>

Adolfo ha ragione, penso, mentre lo vedo allontanarsi.

Il mio sogno è li che mi aspetta, devo solo ritrovare il filo del discorso.

Sono di nuovo nella festa e stavolta mi lancio anch’io nel vortice del ballo. Non sono molto portato per questo genere, ma Filomena mi aiuta e sua sorella Teresa mi incoraggia.

Questa musica è molto coinvolgente, ti abbandoni ad essa e dimentichi quello che ti circonda, ti volti e vedi solo volti sorridenti. Il ballo è una gran cosa e senza la musica l’uomo sarebbe perso.

Questi vecchi balli mi ricordano come in passato la gente era più semplice e sapeva divertirsi con poco, forse avrebbe bisogno di sognare più spesso ma ad occhi chiusi.

Natale è passato da poco, ma manca la cosa più importante: la neve. Non è pensabile un inverno senza la neve.

Mi ha sempre messo allegria la neve che scende e io che al caldo, dietro la finestra, conto i fiocchi che scendono.

Poi stanco di contare scendo in cortile e comincio a costruire un bel pupazzo di neve, come quelli che si vedono nei film, candido, ma con gli accessori colorati, un cappello verde di feltro in testa, una sciarpa rossa al collo, guanti turchese e gli occhi e il naso con bottoni colorati che ho rubato dal cestino da sarta della nonna. Non se ne vedono più di pupazzi così.

Ogni tanto, mentre Adolfo passa a controllare tutti noi, presto attenzione per vedere se riesco a carpire, attraverso i suoi pensieri i sogni degli altri. Lui è il dispensatore di sogni, e quindi conosce i nostri sogni, magari qualcuno sogna a voce alta, bisogna stare attenti a non raccontare agli altri i propri sogni.

La notte sta ormai finendo e il mio sogno se ne sta andando con lei. Sto per svegliarmi, non riesco più ad evocare momenti significativi. Di fianco a me anche altre persone sono già sveglie e stanno discorrendo con Adolfo.

Penso che tornerò ancora in questo negozio, forse soltanto con la mente. Non è difficile, basta stendersi rilassati e chiudere gli occhi. Puoi raggiungere qualsiasi posto tu desideri, non ci sono limiti all’immaginazione, e se non troverai Adolfo a suggerirti un sogno avrai comunque capito che Adolfo non è altri che la parte migliore di noi stessi che ci ha aiutato a tirare fuori dal nostro profondo ciò che di buono poteva esserci sepolto.

Questo sembra un sogno qualsiasi, ma non lo è: è il mio sogno. Il desiderio di una persona che sogna di diventare uno scrittore, per sé soprattutto, ma anche per gli altri, senza l’assillo di diventare un uomo di successo. Un uomo che vuole dare corpo ai suoi pensieri più profondi senza per questo porsi delle grosse aspettative.

Gli obiettivi sono sacrosanti, ma troppo spesso quando non sono raggiunti ci deprimono e ci fanno sentire dei falliti. Certo l’obiettivo di uno scrittore è quello di comunicare con gli altri e sono i lettori a decretarne il successo, ma questo per me non è l’obiettivo primario.

Io scrivo, perché voglio vivere una favola, perché raccontare storie agli adulti è come raccontare favole ai bambini, perché la vita è una favola se sai viverla con leggerezza e poesia.

Marco Fantuzzi

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