1961

1961, è cominciata lì la mia sofferenza per la vita, la mia paura della solitudine, il sentirmi solo e inadeguato in questo mondo in perenne accelerazione.

Ero un bambino, ancora non remigino e già la vita mi aveva posto una sofferenza indicibile, mia madre era in un letto d’ospedale, pesantemente ingessata, fratturata e in fin di vita per una commozione cerebrale, spazzata via da una motocicletta della polizia in una folle corsa impegnata a rincorrere il vento e a seminare foglie per strada.

Era l’inizio dell’autunno e la similitudine è calzante, chissà se nasce lì il mio amore per l’autunno, per i suoi colori, l’abbandono delle foglie per una nuova vita da rinascere nell’altra stagione che amo.

Mi piacciono le mezze stagioni che non sai mai cosa ti promettono: un giorno luce, l’altro vento, un giorno l’arcobaleno, l’altro una nebbia profonda.

Invece le stagioni piene ti portano solo caldo o solo freddo, anche se dicono che non ci sono più le stagioni di una volta…

Marco Fantuzzi

Un ricordo di mamma (Un altro compleanno sprecato)

Non potrò mai dimenticare il giorno in cui mamma fu investita da un moto della polizia. Avevo poco meno di 6 anni e passavo le giornate a casa della nonna materna, di lì a poco avrei iniziato la prima elementare.

Quel giorno ho ben preciso il ricordo di zia Filomena che sale le lunghe scale del caseggiato popolare in cui viveva nonna Teresa. Ero ammalato quel periodo e mamma tornò a casa presto per portare qualcosa per me (zampe di gallina per il brodo, una vita rovinata per così poco).

E le successe quel disgraziato incidente che avrebbe cambiato per sempre la vita della nostra famiglia.

Era il 1961, sul finire dell’estate e mamma se ne tornava dal luogo di lavoro, era infermiera in una casa di riposo, e nei pressi di casa fu centrata in pieno da una motocicletta che la fece volare gambe all’aria…

lei era in bicicletta, la usava sempre quando la stagione lo permetteva, altrimenti c’era l’autobus che l’avrebbe scaricata a due passi da casa. Come sarebbe cambiata la nostra vita se quel giorno lei avesse preso l’autobus.

Lei avrebbe fatto l’infermiera per tutta la vita, forse io avrei avuto un fratello, la nonna non avrebbe pianto, la zia non avrebbe pianto, sua sorella non avrebbe pianto, tutti noi non avremmo pianto quel giorno.

Certo la nostra vita sarebbe cambiata, difficile dire se in meglio o in peggio. Quando una vita svolta quella strada non sai dove porta, è come inoltrarsi in una foresta via via più fitta, segui il sentiero ma a un certo punto senza indicazioni sei a un bivio e devi decidere, altrimenti la vita decide per te.

Tutta la vita è fatta di momenti così e quasi mai puoi decidere sapendo l’esito finale.

Mamma ha sofferto tanto, per molti anni a venire, e ha terminato la sua esistenza terrena in un letto d’ospedale, a lei, che fra i malati ci ha passato tutta la vita, forse sarebbe piaciuto questo finale.

 

Marco Fantuzzi