Leggendo Auden_lezioni su Shakespeare

Tutte le civiltà, quelle conosciute almeno, sono state attraversate da profonde crisi di carattere politico-sociale e oggi stiamo di nuovo attraversando uno di questi periodi.

Da una parte la politica, una cosa per pochi eletti, mentitori per professione, sostenuta da poteri così forti in grado di poter distruggere una nazione per i propri interessi e dall’altra la società civile, in massima parte povera o impoverita che lotta per ripristinare la propria dignità, compromessa da una competitività sempre più sfrenata, e dove la condivisione e la solidarietà sono merce rara e preziosa.

Dove il confine tra ricchezza e povertà è così labile che spesso un evento inaspettato può fare la differenza tra la vita e la morte.

Siamo diventati davvero un branco asociale?

Vivere tra le macerie, in fatiscenti abitazioni, tra il ronzare di insetti instancabili, con la pelle impregnata di un caldo maleodorante. Questo incubo si materializza in tutte le grandi città nelle estati afose che ormai danneggiano profondamente il nostro vivere, in un caldo che i condizionatori dei grattacieli contribuiscono a dilatare a dismisura per chi vive giorno e notte all’aria aperta.

Che ne sarà dell’aria limpida che respiravano i nostri nonni, quando anche l’ultima foresta sarà stata distrutta?

Che ne sarà dei destini delle nostre future generazioni, quando gli occhi di oggi fanno tabula rasa del nostro ambiente vitale?

Che ne sarà della Terra che ci guarda inorridita davanti allo scempio cui assiste da ormai troppo tempo?

Lei sopravvivrà, perché saprà adattarsi al cambiamento climatico, ma noi no, noi non ce la faremo.

Vogliamo autonomie politiche,

vogliamo decidere del nostro destino,

vogliamo i profitti che produciamo,

vogliamo pace e serenità,

chiediamo troppo? Ce lo concederanno o dovremo lottare per ottenerle?

Marco Fantuzzi

Resistenza al cambiamento

Cosa impedisce alle persone di prendere coscienza delle proprie capacità? L’elenco è molto lungo ma si potrebbe in poche parole definire Resistenza al cambiamento. Difficile dire da cosa deriva questa resistenza, forse non siamo in grado di accettare che qualcuno possa essere in grado di indirizzarci, o forse semplicemente vogliamo sbagliare per conto nostro. La soddisfazione di ottenere qualcosa mediante il “Sbagliando s’impara” è qualcosa che appartiene a tutti noi. Chi si fida troppo dei consigli altrui è spesso soggetto ad arrabbiature esagerate nei confronti dei consiglieri. Dobbiamo prendere coscienza della nostra grandezza, tutti noi abbiano dei talenti più o meno nascosti, dobbiamo spendere tempo a farli uscire, solo allora saremo responsabili pienamente della nostra felicità, perché avremo fatto emergere le nostre passioni legandole alle nostre emozioni.

Io penso che per cambiare dobbiamo essere disposti a rischiare quello che possediamo, siano essi beni fisici o spirituali. I cambiamenti devono portare veramente una discontinuità nella nostra vita, la politica dei piccoli passi non ci smuove dai nostri pensieri perché in un attimo, al primo fallimento, noi torniamo a quello che eravamo. Quello che scrivo sembra in contraddizione con quello che ho scritto in passato, quando dicevo che la politica dei piccoli passi mi sembrava uno strumento efficace per il cambiamento. La realtà è che non c’è una risposta unica per risolvere un problema, se il mondo fosse così semplice sarebbe molto più felice. Invece è tremendamente complesso e quello che funziona per una persona è possibile che sia deleterio per un’altra. Questo perché le persone sono esseri assolutamente unici, con il loro bagaglio di esperienze e risorse, quindi si approcciano alla vita in un modo differente rispetto a chi gli sta a fianco. E la cosa migliore sarebbe sfruttare questa differenza come un valore aggiunto e non una negatività. Si chiama biodiversità questo concetto preso a prestito dalla scienza che ci fa capire come miliardi di esseri diversi possono vivere in armonia in un mondo come questo, unico e irripetibile.

Marco Fantuzzi

Libertà e lavoro

Libertà, parola troppo spesso evocata come sinonimo di indipendenza, se aneliamo libertà significa che siamo schiavi e magari non ne siamo neppure consci.

Libertà di parola, di pensiero, di lavoro, tutte cose che ci sono precluse, anche i giornalisti che si credono “creatori indipendenti di parole” hanno un editore a cui ubbidire.

Siamo tutti schiavi, di qualcosa e di qualcuno, del sistema magari, è così di moda dirlo, ma il sistema siamo noi, possiamo modificarlo, se abbiamo voglia di viverlo attivamente.

E invece solo la punta dell’iceberg emerge, mentre la maggior parte è sotto il pelo dell’acqua, sottomessa a vivere la propria passività.

Pochi pensieri, pochi problemi, ma poi si arrabbia se nessuna pensa a loro, sotto il pelo dell’acqua sei invisibile, quindi non esisti.

Se non esisti io sistema non ha nemmeno la necessità di tutelare il lavoro, uno dei capisaldi della nostra costituzione, peraltro in via di stravolgimento (ma questa è un’altra storia).

Oggi, come in passato, non c’è lavoro per tutti, non conviene a chi ci governa, meglio lo scontro, meglio l’ignoranza, troppa gente istruita è pericolosa (oggi come in passato), le persone prendono coscienza dei loro diritti, non solo dei doveri, chiedono, vogliono risposte, è imbarazzante!
Marco Fantuzzi