Dopo anni di scrittura

Dopo anni di scrittura, ancora mi domando da che profondità dello spirito mi arrivi l’ispirazione. Io, che credente non sono, dove attingo se mi manca la fede anche in me stesso. Eppure inizio una “poesia” perché una parola mi ha stuzzicato e poi srotolano altre parole, immagini, versi, rime, che compongono qualcosa di compiuto di cui non avevo coscienza inizialmente. E tutto ciò è un bel mistero, scrivere qualcosa, a volte di bello, che la mia mente partorisce al momento. È questo il talento dell’artista?

Scrivo tanto, e pubblico una minima parte, per vincere la mia angoscia quotidiana, la mia depressione, che ogni tanto rialza la testa, la rabbia per gli errori del passato. Non sempre riesco ad accettarmi per quello che sono, dovrei accettare che non mi accetto: sono diventato così. Serve combattere? Non credo! Magari servirebbe a darmi stabilità, ma se cessasse la mia inquietudine riuscirei ancora a scrivere? Atroce dilemma!

Potrei mai scambiare l’amore di una donna con l’inquietudine che governa le mie poesie?

Penso di no, ho bisogno di questa instabilità, di un distacco, a volte profondo, dalla realtà, per generare parole. E lo faccio in momenti di estrema solitudine, quando la lettura dei classici, la profondità del loro pensiero, fanno sanguinare a fiotti il mio cuore.

Marco Fantuzzi

Il caffè

Lei riempiva di sé l’atmosfera del caffè, sovrastava l’odore di stantio di quel vecchio ambiente, dove un tempo dominava un profumo di caffè tostato.

Piccola donna dal passo leggero, in uno spolverino raccolta portava la primavera con sé, e nell’attesa i tacchi battevano impazienti sul vecchio impiantito.

Le gambe seminude seducevano il mio sguardo anche se quel corpo lo conoscevo a memoria, ogni minuscola piega della pelle, ogni curva avevo sfiorato ed esplorato con le mie mani, nella più profonda oscurità di una camera d’albergo, dove l’odore di lavanda delle lenzuola si mescolava al suo.

Il tatto è l’essenza dell’amore fisico, ben diverso da quello spirituale che ti nutre nella solitudine, e io la toccavo ovunque e gustavo i suoi sospiri, così pieni di felicità.

Lei adorava le mie mani più di ogni altra cosa, la spogliavano al buio e dipingevano le sue forme, così delicate, il ventre caldo, l’eccitazione sul seno, e le piccole labbra tumide.

Gli occhi invece la spogliavano quando m’incontrava nel caffè, poche erano le parole che volavano, leggiadre come il suo profumo.

Passavamo le ore a guardarci, a sorridere, a gustare un profumato caffè, gli occhi s’immergevano l’un l’altro e niente intorno era più come prima.

Cadevano le pareti, sparivano i rumori ed eravamo di nuovo in un prato dove la coglievo per l’ultima volta, come un delicato fiore di primavera.

Ora il caffè è chiuso, rimane un’insegna penzolante a ricordo degli antichi fasti.

Lei non c’è più ma io ogni giorno assaporo il suo profumo, se n’è andata per sempre, ma il suo amore è rimasto a ravvivarmi il cuore.

Ora sono un uomo migliore e lo devo a lei soltanto, al tempo che rubò alla sua famiglia per farmene un regalo immenso.

Io la mia metà l’avevo trovata, non la cercherò mai più, questo è l’Amore, come ci ricorda Platone, l’unione di due metà perfette.

Marco Fantuzzi